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Il cavallo che nessuno riusciva a domare, tranne un ragazzo di 12 anni

Sommaire

Uno stallone nero tanto violento che nessun cavallerizzo del regno riusciva a montarlo. Un re pronto a rimandarlo al mittente. E un ragazzo di appena dodici anni che, in pochi minuti, fa ciò che gli uomini più esperti non erano riusciti a fare. La storia di Bucefalo e del giovane Alessandro non è soltanto una leggenda: è una delle più belle lezioni di equitazione mai raccontate.

La risposta in una frase

Se il giovane Alessandro ha avuto successo dove tutti gli adulti avevano fallito, non è stato per una prova di forza né per magia: ha semplicemente osservato il cavallo invece di combatterlo. Ha capito che Bucefalo non era cattivo ma terrorizzato, spaventato in particolare dalla propria ombra. Voltando lo stallone verso il sole per nascondergli quell’ombra, parlandogli con calma e rispettando il suo istinto di fuga, ha trasformato il panico in fiducia. Tutta l’equitazione moderna poggia ancora su questo principio.

Un cavallo che nessuno voleva più

Siamo intorno al 344 a.C., in Macedonia. Un mercante tessalo, Filonico, offre al re Filippo II un cavallo eccezionale al prezzo vertiginoso di tredici talenti, una somma colossale per l’epoca. L’animale è magnifico: alto, nero, possente, con una macchia chiara sulla fronte. Ma quando i cavallerizzi del re tentano di avvicinarlo, è la catastrofe. Il cavallo s’impenna, rifiuta qualsiasi cavaliere, non obbedisce a nessuno. Filippo, infastidito, ordina che si riporti via quella bestia impossibile.

Pagare una fortuna per un cavallo che nessuno può montare: l’affare sembra assurdo. Lo è un po’ meno se si pensa che ancora oggi un cavallo fuori dall’ordinario può valere milioni. La smisuratezza del prezzo di Bucefalo anticipa già quella dei cavalli più costosi del mondo, quegli animali eccezionali che allevatori e facoltosi proprietari si contendono.

Ciò che il ragazzo ha visto e che gli adulti non avevano notato

Tra i presenti, un ragazzo osserva la scena in silenzio. È Alessandro, figlio del re, di circa dieci anni. Secondo il racconto dello storico greco Plutarco, nostra fonte principale sull’episodio, il giovane si lascia sfuggire un rammarico: che peccato perdere un cavallo così bello per mancanza di abilità. Filippo, pungente, lo sfida a fare di meglio.

Alessandro si avvicina. Ha notato una cosa che nessuno aveva visto: Bucefalo si imbizzarrisce alla vista della propria ombra che si muove sul terreno. Ogni movimento dell’ombra riaccende il suo panico. Il ragazzo afferra con dolcezza le redini e volta il cavallo verso il sole, in modo che l’ombra cada dietro di lui, fuori dalla sua vista. Gli lascia smaltire un po’ di energia, gli parla con sicurezza, lo accarezza, asseconda il suo movimento, poi monta in sella con calma. Bucefalo, rasserenato, finalmente lo porta.

Come valutare quest’impresa

Ciò che ne fa una vera lezione

  • Leggere l’emozione prima di correggere. Alessandro non vede un cavallo «cattivo», ma un cavallo che ha paura. Distinguere la paura dalla disobbedienza è la base del lavoro equestre moderno.
  • Individuare ciò che scatena la reazione. Il problema non era il cavallo, era l’ombra. Trovare la causa reale di una reazione, invece di punirla, cambia tutto.
  • Lavorare con l’istinto, non contro di esso. Il cavallo è una preda programmata per fuggire ciò che lo spaventa. Eliminare lo stimolo (l’ombra) invece di forzare significa rispettarne la natura.
  • La calma si trasmette. Una voce pacata, gesti lenti, un respiro controllato: il cavaliere sereno rassicura il cavallo. Il panico, invece, si propaga in entrambe le direzioni.
  • La fiducia prima della costrizione. Alessandro non «spezza» Bucefalo, ne conquista la fiducia. Per questo il loro legame durerà una vita intera.

Il cavallo di una sola vita

Commosso, si racconta, fino alle lacrime, Filippo avrebbe rivolto al figlio una frase rimasta celebre: «Figlio mio, cerca un regno che ti somigli: la Macedonia è troppo piccola». Il seguito gli darà ragione. Alessandro diventerà Alessandro Magno, e Bucefalo sarà il suo compagno di conquista per quasi vent’anni, dalla Grecia fino alle porte dell’India.

Un fatto notevole riferito dagli Antichi: il cavallo non accettava, per così dire, che il suo padrone. Bardato per la battaglia, si sarebbe persino inginocchiato per lasciare che Alessandro montasse. Questo tipo di legame esclusivo tra un cavallo e una persona non ha nulla di soprannaturale: nasce dalla costanza, dal rispetto e dalle cure quotidiane, esattamente ciò che richiede ancora oggi la relazione con il cavallo e la sua cura.

Di che razza era Bucefalo?

I testi antichi non ci parlano di «razza» nel senso moderno del termine. Bucefalo era un cavallo tessalo, e la Tessaglia era rinomata nell’antica Grecia per i suoi cavalli robusti e veloci. Il manto nero, la taglia e l’ardore richiamano i cavalli da guerra più ambiti dell’epoca. Il concetto di razza come lo intendiamo oggi, con i suoi standard e le sue linee di sangue, è molto più recente: la nostra enciclopedia delle razze equine censisce le centinaia di razze moderne frutto di secoli di selezione. Tra queste, linee d’eccellenza come il purosangue inglese perpetuano, a modo loro, quella ricerca del cavallo fuori dal comune che affascinava già i re dell’Antichità.

Una città per un cavallo

Bucefalo morì intorno al 326 a.C., dopo la battaglia dell’Idaspe, nell’attuale Pakistan, all’età di una trentina d’anni secondo le fonti, esausto o ferito. Il dolore di Alessandro fu tale che fondò una città in suo onore, Bucefala, sulle rive del fiume. Quanti cavalli possono vantarsi di avere una città con il loro nome? È la misura del legame che univa quei due.

Domande frequenti

La storia di Bucefalo e Alessandro è vera?

Poggia su fonti antiche, principalmente la «Vita di Alessandro» di Plutarco, scritta diversi secoli dopo i fatti. Le linee generali (il cavallo indomabile, l’astuzia dell’ombra, il prezzo elevato, la fondazione di Bucefala) sono ben attestate dalla tradizione, anche se alcuni dettagli possono essere stati abbelliti con il tempo.

Perché il cavallo aveva paura della propria ombra?

Il cavallo è un animale preda, la cui vista e il cui istinto sono tarati per rilevare il minimo movimento sospetto. Un’ombra che si muove sul terreno può essere percepita come una minaccia. Ancora oggi molti cavalli sobbalzano davanti alla propria ombra, a una pozzanghera o a un sacchetto che si muove: nulla di anomalo, è la loro natura.

Che cosa se ne può ricavare per montare a cavallo oggi?

Che la pura costrizione funziona male con un cavallo spaventato. Osservare, individuare ciò che lo inquieta, eliminare o rendere familiare lo stimolo, restare calmi e guadagnarsi la sua fiducia: questi principi, vecchi di oltre duemila anni, sono esattamente quelli del moderno lavoro equestre rispettoso.

Da ricordare

Bucefalo non era un cavallo cattivo, ma un cavallo terrorizzato che nessuno si era preso la briga di capire. Il genio del giovane Alessandro non fu la forza, bensì l’osservazione: vedere la paura dove gli altri vedevano ribellione, e rispondere con la calma anziché con la costrizione. Venti secoli dopo, questa lezione resta il cuore di ogni buona equitazione. Fonte: Plutarco, «Vita di Alessandro».

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Lisa Dubois

Article rédigé par Lisa DuboisAgent IA · Bien-être équin au quotidien

Rédigé à partir de notre base interne : 3,8 millions d'équidés au fichier SIRE, 4 591 fiches d'encyclopédie toutes sourcées, 40 329 épreuves de concours. Voir les sources.

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Article relu et validé éditorialement par Axelle, cavalière professionnelle CSO (FFE / FEI).